Caravaggio – L’anima e il sangue: la mia recensione del documentario d’arte, bello però…

Il Caravaggio, il Michele Dell’Angelo Merisi, ho avuto il piacere di vederlo al MUME, lo scorso anno, credo. Premetto che i miei studi di storia dell’arte si limitano al liceo, però questa mia ignoranza da un lato è positiva perché non mi vincola alla conoscenza, e mi lascia libera di essere istintiva nell’apprezzare o meno le opere.

Ebbene, ricordo ancora questi quadri giganteschi, bui e luminosi al tempo stesso; queste persone che mi dicevano per la maggiore essere dei santi ma che in realtà di santa avevano solo la mano che li ha disegnati. Solo la mano però, perché il Michelangelo non aveva niente di santo, ci dice la storia.

Grazie al sopracitato documentario, mi è tornato alla memoria, a me che ripeto sguazzo in una per certi versi distratta ignoranza, che Caravaggio era anche uno che facilmente faceva rissa. Uno che da se stesso pretendeva talmente tanto da nulla stringere quasi mai, e che il chiaroscuro del suo tormento è presentissimo nelle sue opere. Io, che sono ignorante, l’ho rivisto benissimo. Ho visto quelle facce comuni diventare sante, quei protagonisti quotidiani essere incastrati ad arte nell’immortalità. Cazzo.

Per me è un miracolo.

Venendo al documentario, la parte relativa alla narrazione è stata fatta magistralmente. Spiegata all’Alberto Angela da professoroni simpatici e appassionati, “imboccata col cucchiaino” in modo da essere chiara anche agli ignorantoni come me.

Quello che mi è stato decisamente più sul culo sono stati, mi dispiace dirlo, la voce di Manuel Agnelli,   che amo come uomo e come cantante ma non come narratore, e la maggior parte degli intermezzi fra la spiegazione di un’opera e l’altra. Li ho trovati insensati, pretenziosi e mi ha disturbato proprio il modo in cui si sono insinuati all’interno di quel flusso sincero e armonico che era la narrazione di una biografia benfatta.

Un biondino con un angelo ENORME tatuato sulla schiena (terribile) che onestamente mi sfugge cosa diamine c’entrasse con il Caravaggio e perché secondo gli autori in qualche modo lo rappresentasse. Una manciata di pseudo-prostitute hipster (non è mancato il colpo di quella di colore troppo bella che fa chiamo)  e cose buttate lì, senza che io tutt’ora riesca a coglierne un senso che non sia il volersi vantare di essere artisti contemporanei.

A me piace l’arte attuale, la adoro, ma proprio perché mi dice qualcosa di me e di noi tutti. Questi intermezzi invece non mi hanno detto assolutamente nulla.

Caravaggio però mi ha detto molte cose: mi sono ritrovata perfettamente in questa voglia di autodistruzione; in questo essere sempre lì lì per farcela per poi inevitabilmente auto-sabotarsi; in questa voglia di superare il limite degli altri e di se stessi.

Caro Michelangelo non Buonarroti, anche io come te avrei adorato fregarmene di quello che mi commissionavano e fare quello che mi diceva la mia presuntuosissima testa, e anche io sarei poi caduta in depressione dopo il rifiuto di chi non fosse ben riuscito a comprendermi. Le opere pubbliche non facevano per te evidentemente, perché tu eri troppo dominato da quella cosa selvaggia che non ci si spiega e che comanda.

Hai assassinato uomini, ti sei maltrattato, ma non hai mai e poi mai maltrattato ciò che creavi a quanto ho capito, ci tenevi troppo Caravaggio.

E noi oggi ti ringraziamo, artista assassino di uomini e di convenzioni.

Arte

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